il peggio che M2 potesse concepire

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Tigre e onde

Nikon D90. VR 18-105, 58mm, f5.6, 1/13 sec.

Tigre e onde (particolare), inchiostro su carta, 1823, Museo Nazionale di Tokyo. Foto di M2: Nikon D90. VR 18-105, 58mm, f/5, 1/13 sec.

La tigre non è un animale presente in Giappone, ma essa è ben nota ai suoi abitanti da tempo immemorabile. Inizialmente grazie ai racconti, ai dipinti e alle pelli importate, provenienti dalla Cina e dalla Corea, più tardi grazie ad esemplari tenuti in cattività dai nobili  e dai mercanti più ricchi, la tigre è entrata a far parte dell’immaginario collettivo giapponese. La tigre, in Giapponese Tora, è certamente temibile, ma era anche ammirata e ritenuta un simbolo di dignità e coraggio. Dipinti, figure e oggetti a forma di tigre erano usati come porta fortuna e specialmente per la protezione dei propri figli piccoli, in quanto si riteneva che la tigre fosse molto protettiva nei confronti dei propri cuccioli. Per questa ragione sorse l’uso dell’espressione tora no ko (cucciolo di tigre) per indicare una cosa di inestimabile valore.

Si diceva anche che l’instancabile tigre potesse percorrere 1000 ri (un modo per dire una distanza enorme, come noi diciamo 1000 miglia o 1000 kilometri) e tornare al punto di partenza senza sbagliare, per cui essa simboleggiava anche il buon auspicio per i soldati di tornare sani e salvi a casa. Naturalmente la via della guerra e del susseguente ritorno a casa non sono mai state di agevole percorrenza, come anche affrontare una tigre, specialmente una madre di cuccioli, non è impresa che si possa superare senza fatica, rinunce e privazioni, da cui il proverbio Se non entri nella tana della tigre, non acchiapperai il cucciolo (Koketsu ni irazunba koji wo ezu).

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Il significato è nel come

C’è un proverbio di queste parti che recita: “Come finisce si racconta” e dal significato di quel come scaturiscono verità.

Appena finisce si racconta, la storia, perché senza conclusione tale non è. I giudizi si danno alla fine, appunto, ascoltato il racconto, valutati i fatti. A conclusione si traggono i bilanci e si dà torto o ragione. L’ultima parola si dice al temine del dipanarsi degli eventi.

Il modo in cui finisce si racconta, della storia, perché il finale è quel che è. Non si apportano modifiche, sono bugie. Non si cambia la catastrofe in eu-catastrofe, comunque sia è catarsi. Abbiamo così paura di ciò che è, da necessitare lieto fine e consolazione? Abbiamo così coraggio in ciò che non è, da necessitare triste fine e disperazione?

Della storia, si racconta allora il finale, solo il finale,  perché è più importante il finale di come vi si è giunti: alla fine di una lunga catena di eventi, di scelte, quel momento dà un senso a tutto quanto precede e lo relega in secondo piano. Il significato della storia è in come finisce.

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Non c’è due senza tre

NIDO ARU KOTO WA

SANDO ARU


E’ difficile

Ammettere che:

 

non puoi svegliare una persona che fa finta di dormire.

(proverbio Navajo)


caldo

Caldo… caldo…

“Luglio dal gran caldo, bevi ben e batti saldo”
(Proverbio)

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“Presto la pioggia suol venire a noia, ma in Luglio è un ricco dono e apporta gioia”

(Proverbio)