il peggio che M2 potesse concepire

Gran Torino

Una pseudo-recensione esente da anticipazioni (o spoiler free se volete).

La scorsa settimana sono andato al cinema a vedere il nuovo film di Clint Eastwood, Gran Torino appunto. Ci sono solo tre registi viventi che mi inducono ad andare al cinema a prescindere da qualunque considerazione: Allen, Burton ed Eastwood; per cui sono andato appena possibile ad assistere alla nuova fatica di Clint. Dico anzitutto che non ero minimamente preparato sui contenuti del film e non avevo alcuna aspettativa, positiva o negativa che fosse. Non saprei dare un giudizio ponderato del film specialmente per un fatto: quello che ho visto somiglia a quella che temo sarà la mia futura vecchiaia! Cioè quella di un vecchio rompiglione reazionario, rimasto solo sia a causa degli eventi sia, specialmente, per vocazione, ossessionato dai suoi passatempi (nel caso del protagonista, la Ford Gran Torino del 1972). Notevole no? 😀

Assistendo allo svolgersi della vicenda, mentre mi ronzava qualche allarme di troppo nel cervello, non ho potuto fare a meno di constatare la ricorrenza di alcuni temi, già comparsi in Million Dollar Baby, che ormai sono a quanto pare immancabili nella poetica di Eastwood: il rapporto dell’individuo con la religione e la dissoluzione del vincolo familiare; il primo sopratutto è un chiaro elemento di vecchiaia e tensione verso la morte, momento che esige determinate riflessioni. Quelle di Walter Kowalski, protagonista, non sono banali anche se il tema non mi sembra veda nel regista un eccelso campione.

Il film mi è piaciuto, ma, visto che la storia è imperniata su un’automobile, mi ha lasciato l’impressione di una regia col freno a mano tirato o almeno in quarta marcia, priva insomma di quell’accelerata che toglie il fiato e ti appiattisce al sedile. Questo anche per quanto riguarda il momento catartico del redde rationem con la banda degli Hmong.

In ogni caso vedevatelo questo film, ce ne fossero al cinema di storie non banali. Io mi preparo al nuovo filmone di Clint, nel frattempo: la vicenda della Coppa del Mondo di Rugby del 1995, giocata nel Sud Africa  appena uscito dall’apartheid, grazie ai lungimiranti auspici di Mandela.

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Una Risposta

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