il peggio che M2 potesse concepire

Giornata della memoria

In questo giorno si ricorda qualcosa che invece si vorrebbe dimenticare. Cosa viene ricordato? Come viene ricordato? Cosa ne sappiamo? Una salmodia di Auschwitz, Shoah, lager nazisti, antisemitismo, camere a gas, secolo breve, etc. etc. risuona, risuona e risuona. L’Italia piange e polemizza, ma non ha mai affrontato le sue responsabilità come un paese civile. La vergogna delle leggi razziali, volute da un duce ormai ripudiato e promulgate da un re ormai dimenticato, sono un comodissimo specchietto per le allodole, un peccatuccio veniale che ci consente di piangere, facendo ipocritamente atto di presenza sul palcoscenico di questa rappresentazione di cordoglio. Mettiamo avanti i giusti Perlasca e Palatucci per nascondere e dissimulare, cioè per ricordare solo quello che ci fa comodo. Io, nel mio piccolo, oggi rievocherò anche il periodo coloniale italiano in Libia.

Come si trasformò l’arido deserto in un giardino, si costruirono strade, infrastrutture, scuole ed ospedali, si portò insomma “la millenaria civiltà di Roma” sulla quarta sponda non andrebbe infatti dimenticato (non si esporta oggi la democrazia come un tempo la civiltà?).

In poche parole: quali le motivazioni del “Giorno della Vendetta” contro gli Italiani, anni orsono revocato dalle autorità libiche e dello storico accordo di pacificazione e risarcimento recentemente sottoscritto da Gheddafi e Berlusconi? Nessuno infatti ha spiegato all’Italia per cosa dobbiamo risarcire chi, quali responsabilità abbiamo avuto in Libia. Niente di niente sui media nazionali: il solito assordante silenzio della rimozione, così tipico della nostra infantile nazione.

Un esordio potrebbe essere considerato il limitato impiego degli aggressivi chimici, nel 1928, contro la tribù Mogàrba er Raedàt, e nel 1930, sull’oasi di Taizerbo (esperienze utili per i successivi più massicci impieghi in Etiopia). Nello stesso anno, falliti i tentativi di Graziani di pacificare la colonia, su ordine di Badoglio, si dava luogo al trasferimento coatto (deportazione) di 100mila civili (donne, vecchi e bambini compresi) dalla Marmarica e dal Gebel a campi di concentramento nella zona più inospitale del deserto sirtico. Alla liberazione degli internati avvenuta nel 1933, i sopravvissuti erano circa 60mila. Il tasso di mortalità del 40% si imputa ai decessi per: fatica durante la marcia di trasferimento, violenze ed esecuzioni, vitto insufficiente, pessime condizioni sanitarie dei campi (per i 33mila reclusi nei campi di Solluch e di Sidi Ahmed el-Magrun c’era un solo medico), epidemie e lavoro coatto.

Per quanto riguarda l’amministrazione della colonia, furono emesse ovvie leggi di segregazione razziale che confinavano gli indigeni in ghetti. Leggo inoltre in un articolo dell’eminente storico coloniale Del Boca, che i limiti imposti all’istruzione dei libici impedivano agli indigeni di conseguire un diploma o una laurea, fatto che non trova riscontro nelle colonie della Francia e della Gran Bretagna. Voglio far notare che tale misura era, nell’ottica italiana, lungimirante: mantenendo gli indigeni in stato di inferiorità culturale e di ignoranza dei propri diritti umani, si evitava il sorgere di una classe locale colta e modernista che potesse opporsi al regime coloniale. Non si comprende però come si possa ancora oggi propagandare l’idea di un colonialismo italiano alternativo, all’insegna di uno spirito collaborativo, di fratellanza e di reale sviluppo dei popoli indigeni.

Nonostante dunque la storiografia e il mondo accademico abbiano prodotto autorevoli e documentati studi sui nostri trascorsi coloniali in Africa, (come quelli di Rochat, Del Boca, Ottolenghi, Salerno, facilmente reperibili nel circuito librario, dai quali ho tratto questi pochi e documentati spunti) l’opinione pubblica italiana ne rimane largamente ignorante e perfino la RAI dopo aver acquistato dalla BBC l’inchiesta televisiva “Fascist Legacy” del 1989 sui crimini di guerra italiani in Africa e nei Balcani, non l’ha mai trasmessa (si è dovuto attendere il 2003 perché ciò accadesse su La7 e il documentario non è mai più stato trasmesso).

Parlare dell’occupazione balcanica e dei crimini italiani richiederebbe molto più tempo e una organizzazione dei miei appunti, devo pertanto rinviare. In ogni caso rievocherò e ricorderò anche l’invasione dell’allora Yugoslavia, i campi di Arbe, Gonars etc., i saccheggi, le spoliazioni, le deportazioni, la circolare «si ammazza troppo poco» e tutto il resto.

«A me sembra che l’Olocausto venga venduto, piu’ che insegnato»
(Rabbi Arnold J. Wolf, Universita’ di Yale)

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2 Risposte

  1. Sappi che io, nella mia colpevole ignoranza, attendo tue nuove sul fronte; fossero anche in forma di disordinati appunti, eventualmente spediti in privato. La scuola italiana poco faceva (e, temo, fa) per rendere la storia interessante e appetibile ai giovani virgulti, che la snobbano in favore di materie piu` “sugose”… Men che meno quella storia che, poiche` piu` recente, piu` ha influenza sulla quotidianita`, che viene ahime` relegata agli ultimi quarti d’ora dell’ultimo anno… Bel post, potrebbe essere l’anello mancante tra il mio abissale vuoto storico e il mondo reale…

    27 gennaio 2009 alle 22:55

  2. M2

    Il problema è che sono appunti buttati giù su foglietti e post-it durante le letture. Per quanto riguarda la scuola, la mia esperienza di professori di storia alle superiori, uno sacerdote e uno comunista, ambedue ben poco interessati alla storia contemporanea, è stata fallimentare. E si parla di una scuola che ancora funzionava passabilmente. Comunque se l’indirizzo e-mail è vero ti mando del materiale che magari può interessarti.

    27 gennaio 2009 alle 23:55

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