il peggio che M2 potesse concepire

here comes the rain

Hot sticky scenes, you know what I mean/Like a desert sun that burns my skin
I’ve been waiting for her for so long/Open the sky and let her come down
Here comes the rain/Here comes the rain/Here she comes again/Here comes the rain
(repeat)
I love the rain/I love the rain/Here she comes again/Here comes the rain
Oh, rain/Rain/Rain
Oh, here comes the rain/I love the rain/Well, I love the rain/Here she comes again
I love the rain/Rain/Rain

(The Cult: Rain; album: All love, 1985)

No, non amo la pioggia, di solito.
Si allaga tutto, non si può circolare, i soliti problemi. Ma questa volta il punto è un altro. Un paio di giorni fa ho sentito questa mitica canzone alla radio, mentre guidavo (niente da dire: capolavoro immortale di Ian Astbury e Bill Duffy, tra le mie preferite da sempre). Riascoltando attentamente le parole (mentre guidavo, sì 🙂 ho capito per la prima volta un senso ulteriore a quello di semplice celebrazione della pioggia che avevo dato sempre per scontato a causa della suggestione di misticismo indiano-americano che pervade la musica dei Cult. Questa volta ho afferrato chiaramente il senso dell’attesa per qualcosa che aspetti da tanto tempo e che all’improvviso arriva, su ali di tempesta che sembra debbano spazzare via tutto, spalanca il cielo scrosciando e riporta la vita nella tua esistenza.
Sì, amo la pioggia, sempre.

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